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La morte della formica(e la domanda che le fece la cicala)

Epilogo apocrifo della nota fiaba di Esopo

A mio padre,
il miglior cattivo esempio
che potessi sperare di avere

La formica giaceva in terra, morente.
Sentendo arrivare la fine, aveva cercato di rientrare nel formicaio per chiedere aiuto, ma le forze le erano mancate e si era accasciata a pochi passi dall’entrata.
Le sue compagne le erano passate accanto per tutto il pomeriggio, ma non l’avevano degnata di uno sguardo, prese com’erano dalle loro incombenze di operose operaie; solo poco prima del tramonto le si era avvicinato un drappello di soldati per controllare che non fosse una spia mandata in avanscoperta da qualche formicaio rivale, ma quando l’avevano riconosciuta si erano voltati e se n’erano andati senza dirle nemmeno una parola. Non biasimava nessuna di loro, per ciò: anche lei, negli anni passati, si era comportata nella stessa maniera quando aveva visto delle sue compagne anziane in fin di vita. La scusa che aveva dato a sé stessa, allora, era che le sue mansioni non erano quelle di assistere i moribondi, ma adesso che la moribonda era lei, capiva che il motivo era stato un altro.
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Bianco Natale

Una favola in puro stile dickensiano. O forse no..

Quando il bambino Carletto si svegliò, pochi minuti dopo la mezzanotte del 24 Dicembre, guardò la sveglia sul comodino e si accorse che – come abbiamo appena detto – era da poco passata la mezzanotte e che quindi, almeno tecnicamente, era Natale. Fuori dalla finestra, la neve, che aveva cominciato a scendere intorno all’ora di cena, aveva già coperto tutto il giardino e attutiva il rumore della Statale 472 “Bergamina” al di là di esso; con un impeto di lirismo, del tutto anomalo per il suo carattere e dovuto probabilmente all’atmosfera natalizia, il bambino Carletto pensò che la neve è silenziosa e che rende silenzioso tutto ciò che tocca.

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