La Dama Velata

Una favola per bambini grandi

A B e C

Tanto tempo fa, in un paese lontano lontano, vivevano tre amici: A, B e C. Erano tutti e tre dei bei ragazzi, avevano raggiunto una solida posizione economica ed erano in quell’età in cui ogni uomo sente il bisogno di mettere ordine nella sua vita.

I tre amici avevano l’abitudine di incontrarsi al bar del paese, dopo il lavoro; bevevano una birra e chiacchieravano del più e del meno. Una sera di Settembre, mentre il sole tramontava con leggero anticipo rispetto al giorno prima, colorando di rosso il cielo e di malinconia gli animi, A disse:
– Sapete cosa stavo pensando, questa mattina?
– Al culo di Maria? – chiese B, ma pagò cara la sua scostumatezza, perché C, che stava bevendo un sorso dal suo boccale, ridendo gli spruzzò la birra sui pantaloni. I due cominciarono a litigare fra loro, ma A li ignorò e, con lo sguardo fisso sulle brume che nascondevano il fondo della valle, disse:
– No, – stavo pensando che ho bisogno di una moglie.
– Se hai bisogno di una moglie, – disse C, pulendosi il mento con il fazzoletto – tròmbati quella del panettiere, ché tanto il marito la notte non c’è mai!
Lui e B ripresero a ridere scompostamente.
– Piantàtela, – disse A. – Vale anche per voi. Siamo tre begli uomini, abbiamo raggiunto una buona posizione economica e siamo in quell’età in cui è giusto che un uomo prenda moglie.
B e C, intuendo che l’amico non stava scherzando, si fecero serî a loro volta. In fondo, A aveva ragione: le avventure di una notte cominciavano effettivamente a stancare anche loro e più passava il tempo, più sentivano il bisogno di qualcosa che fosse meno effimero; d’altro canto..
– Fai presto a parlare, tu – disse B, sconsolato. – Ma le hai viste, le donne di questo paese?
– Pensano solo alla moda e ai balli, – aggiunse C.
– Non sanno né cucinare né stirare, – continuò B.
– E, diciamocelo: non è che siano granché, a letto.. – concluse C, terminando la sua birra.
A annuì pensoso.
– Lo so, – disse. – Ma non ci sono donne solo in questo paese. Mi hanno detto che, in una grande città al di là del mare c’è una dama molto ricca che cerca da tempo marito.
L’arrivo del cameriere con un nuovo giro di birre interruppe per qualche minuto i loro conversarî; quando l’uomo si fu allontanato, B chiese:
– Se è davvero una donna così fantastica, come mai non ha ancora trovato nessuno che la voglia sposare?
– Scoperà male, – rispose C, ma nessuno rise: il tempo delle scopate e di quello che loro amavano definire il: bed and breakfast erano finiti con le birre che il cameriere aveva appena portato via; avrebbero bevuto da altre coppe, da ora in poi.
– Nessuno l’ha ancora sposata perché nessuno è ancora riuscito a vederla in volto, – disse A.
– È in clausura? – chiese B.
– No, ma il suo viso è coperto da sette veli.
– Mi sa di fregatura, – disse C.
– Anche a me, – ammise B.
– E anche fosse bellissima, – continuò C – lei è una e noi siamo tre: che facciamo, ce la giochiamo ai dadi?
– Non sarà necessario, – spiegò A. – Nel suo palazzo ci sono delle bellissime ancelle, anche loro in cerca di marito. Se non riusciremo ad avere la Dama Velata, potremo sempre sposare una di loro.
B e C restarono per qualche secondo il silenzio, meditabondi, poi B chiese:
– E siamo sicuri che queste ancelle siano carine e che sappiano far felice un uomo?
A si strinse nelle spalle e disse:
– C’è solo un modo di saperlo.

E così, i tre amici indossarono i loro abiti migliori e si misero in viaggio. Attraversarono la valle, poi seguirono il fiume fino al mare, dove si imbarcarono su una nave diretta alla grande città dove abitava la Dama Velata. Arrivati alla città, chiesero indicazioni a un monaco dal grande ventre che chiedeva offerte a un angolo di strada.
– Buon uomo, – disse B – puoi aiutarci a trovare il palazzo della Dama Velata che è in cerca di un marito?
– Certamente, – rispose il monaco, con un gran sorriso – ma vorrei prima sentire il rumore delle vostre monete nella mia tazza.
– Come fai a sapere che abbiamo delle monete? – chiese C.
– Tutti quelli che arrivano qui in cerca della Dama Velata hanno qualche moneta per me, – rispose il monaco. I tre amici si frugarono in tasca, ne estrassero alcune monete di rame e le gettarono nella tazza del questuante.
– Ecco fatto, – disse B. – Adesso dicci come possiamo trovarlo.
– È facile, – rispose il monaco, mettendosi in tasca le monete. – Dovete cercare un palazzo che abbia la lettera: “V” sul portone.
I tre si guardarono sgomenti, poi tornarono a rivolgersi al monaco.
– Ciò che ci hai detto non ci aiuta molto nella nostra ricerca, – disse A. – Noi veniamo da un piccolo paese e questa città è immensa. Ci perderemo di sicuro; non puoi dirci dove sia, questo palazzo?
– Amico mio, – rispose il monaco – anche le monete che mi avete dato voi non mi aiutano molto nella mia ricerca di un pasto e, credimi, la mia fame è ancora più grande di questa città..
I tre amici, allora, trassero di tasca alcune monete d’oro e le misero nel piattino.
– Così va meglio, – disse il monaco soddisfatto. – Sentite che bel suono che fanno?
– A me piaceva anche il suono che mi facevano in tasca, – rispose C – ma non importa. Puoi dirci, per favore, come arrivare a questo palazzo?
– È molto semplice, – rispose il monaco. – Non avete che da voltarvi: il palazzo della Dama Velata è alle vostre spalle.
I tre amici si voltarono ed effettivamente, proprio dall’altra parte della strada, c’era un bellissimo palazzo che aveva una grande “V” sul portone.
– È vero, è proprio lì, – esclamò B.
– Come abbiamo fatto a non vederlo? – chiese C.
– Ciò che avete saputo da me, a caro prezzo, potevate scoprirlo da soli, – disse il monaco. – Ma siete stati pigri. Ben vi sta.
E, così dicendo, prese la sua tazza, si caricò sulla spalla il suo sacco e fece per andarsene, ma A lo trattenne.
– Ti prego, dimmi solo un’altra cosa: quella “V”, è l’iniziale del suo nome? come si chiama?
Il monaco non rispose: sorrise, scosse la testa e se ne andò via, lasciando A, B e C da soli davanti al grande portone.

Hotei

Bussarono timidamente e sùbito una giovane donna aprì il portone.
– Ciao, io sono Talia; come posso esservi utile? – domandò. Al punto e virgola, C si era già innamorato di lei.
– Siamo qui per vedere la Dama Velata, – rispose A.
– Venite con me, – disse la ragazza e li guidò per sale, scale e corridoî fino a un salottino arredato alla reale.
– Sedetevi e attendete, – disse Talia, indicando due divanetti ricoperti di broccato.
I tre amici tentennarono. I loro abiti, che all’inizio del viaggio erano nuovi ed eleganti, adesso erano lisi e stropicciati. In realtà, il loro aspetto non differiva molto da quello del monaco che aveva indicato loro la strada per il palazzo.
– Non preoccupatevi del vostro aspetto, – disse Talia. – I vostri abiti mostrano le difficoltà che avete affrontato per giungere fin qui; a lei piaceranno.
I tre amici si sedettero, A e B su un divanetto, C su una poltrona.
– Conoscete le regole? – chiese la ragazza.
– Vagamente, – rispose C, arrossendo. L’amava perdutamente.
– Quella porta, – disse Talia, indicando una porta a doppio battente sul fondo del salottino – conduce alla sua stanza. Dovrete entrare uno per volta e sedervi davanti a lei. Come certo saprete, la Dama avrà il volto coperto da sette veli; li solleverà a uno a uno e a ogni velo vi dirà qualcosa di sé.
– In che senso: “qualcosa”? – domandò B, ma la ragazza lo ignorò. C ne fu contento.
– Se voi riuscirete ad ascoltarla fino alla fine, vedrete il suo volto e allora potrete decidere se sposarla o no. Se non ce la farete, dovrete uscire.
– Perché non dovremmo riuscire ad ascoltarla fino alla fine? – domandò A. La ragazza sorrise.
– Nessuno c’è riuscito, finora, – fu la sua non-risposta. – Chi vuole entrare per primo?
Ci fu un momento di silenzio, mentre i tre amici si scrutavano incerti. Talia li osservava, composta e benevola.
– Andate voi, – disse C, cercando di mascherare il leggero tremore delle sue mani. – Ve l’ho detto: a me, questa storia dei veli mi sa di fregatura.
– Sei venuto fin qui, e non entri? – domandò B, stupito.
– Siete i miei migliori amici, non potevo lasciarvi soli, – rispose C. – Ma non preoccupatevi per me, io resto qui a parlare con la signorina..
B allora si voltò verso A e chiese:
– Vuoi andare tu?
A scosse il capo.
– No: è giusto che vada tu. Ha ragione C: questa è stata una mia idea e voi siete stati dei buoni amici ad accompagnarmi. Te lo sei meritato; va’.
B guardò Talia, ma lei non disse nulla, così si alzò e, timidamente, si avviò verso la porta sul fondo della sala, che si aprì per farlo entrare. Si voltò solo un attimo, per guardare i suoi amici, poi la porta si richiuse alle sue spalle.

A si chiese se avesse fatto bene a coinvolgere B e C in quell’avventura; il luogo in cui si trovavano non sembrava pericoloso, ma c’era comunque qualcosa di inquietante in tutto quel rituale. Voltò lo sguardo verso C, per dirgli di tenersi pronto a ogni evenienza, ma C non era più sulla sua poltrona: si era alzato e adesso confabulava in un angolo del salottino con la giovane ancella. Lei rise a una sua battuta e C, temerario, le carezzò i lunghi capelli bruni.
A distolse lo sguardo, restituendo ai due innamorati la loro intimità e si sedette composto, gli occhi fissi sulla porta di comunicazione con la stanza della Dama.
Passarono i minuti (o forse gli anni), poi la porta tornò ad aprirsi e B rientrò nel salottino.
A vide con sollievo che l’amico stava bene, ma il suo sguardo non era quello di un uomo che sta per annunciare il suo matrimonio.
– Tutto a posto? – chiese A, alzandosi e andando incontro all’amico.
B si scosse, come se stesse uscendo da uno stato ipnotico.
– Sì, sto bene, ma quella donna..
– Cos’è successo? Ti ha fatto del male? – domandò A prendendolo per le spalle. Così facendo, si accorse che B stava tremando.
– No, è stato come ha detto la ragazza: mi sono seduto davanti a lei e lei mi ha parlato, ma l’orrore, l’orrore delle cose che ha detto.. Andiamo via: adesso.
– Non posso andare via, B: sono arrivato fin qui e voglio vederla in viso, – rispose A. – Siediti, rilassati, fatti portare qualcosa da bere..
Si voltò verso il punto della sala in cui, poco prima, si trovavano C e la ragazza, ma si accorse che non c’era più nessuno con loro: erano soli.
– Andiamo via, A, – disse ancora B, prendendogli il polso con entrambe le mani – Quella donna non fa per noi è.. è.. malsana.
– Te l’ho detto: non posso andare via, ora. Ma se vuoi, tu va’ pure.
B si accorse solo in quel momento che mancava qualcuno all’appello.
– Dov’è C? – chiese.
– Con l’ancella, – rispose A. – Perché non ne cerchi anche tu una che ti piaccia?
B scosse il capo.
– No, te l’ho detto: questo posto non fa per me; e nemmeno le donne che vi abitano. Tornerò a casa, al paese e sposerò Maria.. – si accorse di essere stato troppo precipitoso, così, fece marcia indietro: – Sempre che a te non dispiaccia, ovviamente..
A sorrise.
– No, non mi dispiace, – disse. – Anzi, sono contento per te: Maria è una brava ragazza. Ed ha anche un gran bel culo.
La sua battuta sortì l’effetto sperato: B tornò a sorridere.
– Non mi fa piacere lasciarti qui da solo..
– So badare a me stesso, – rispose A. – Abbiamo affrontato tanti pericoli, nel corso del nostro viaggio; ciò che mi aspetta qui non potrà essere peggio.
– Fossi in te, non ne sarei tanto sicuro, – disse B.
Sul muro a fianco alla porta di ingresso c’era una stretta striscia di tessuto damascato che terminava con una nappa. A la tirò due volte e il suono un campanello echeggiò per qualche istante nel corridoio antistante, poi la porta si aprì e comparve un’altra ancella, giovane e graziosa come Talia, ma con i capelli rossi.
– Sono Clio; come posso esservi utile? – domandò.
– Il mio amico vuole andare via, – rispose A. – Potresti..
B lo interruppe:
– No, aspetta, – disse B, fissando la giovane donna. – Non sarei un buon amico se ti lasciassi qui da solo.
– Un attimo fa mi hai detto che.. – disse A, perplesso.
– Ho cambiato idea: ti aspetto. – disse B, dandogli un’occhiataccia. – Signorina Clio, le spiace farmi compagnia?

A lasciò l’amico in compagnia della fanciulla ed entrò nella stanza della Dama Velata.
Contrariamente a come se l’era aspettata, la stanza era del tutto vuota e le pareti, che in tutte le altre sale del palazzo erano ornate di legno o tessuti preziosi, qui erano nude e bianche. L’unico arredo erano due austere sedie con braccioli, che si trovavano al centro della sala; una era vuota, sull’altra era seduta lei. Aveva il capo coperto da sette veli di seta bianca e indossava un abito nuziale, anch’esso bianco, dal cui orlo sbucavano, compostamente parallele, le punte di due scarpette di raso. A notò che la stanza non aveva né finestre né lampade, pure, era chiaramente illuminata, ma non ebbe modo di interrogarsi su questo portento perché la Dama, con un lento gesto della mano, lo invitò a sedersi.

– Sarò tua moglie e ti sarò fedele, – disse la Dama Velata nell’attimo stesso in cui A si fu seduto – ma non sarò mai solamente tua. Lo puoi accettare?
Se la stessa domanda gliel’avesse fatta Maria, al paese, A avrebbe risposto di no; forse le avrebbe dato anche un ceffone, ma stavolta disse:
– Sì.
La Dama sollevò il primo velo. Ne restavano altri sei.
– Non ti concederò la stessa libertà: tu dovrai essere mio e soltanto mio. Lo puoi accettare?
A annuì.
– Lo puoi accettare? – domandò ancora la Dama Velata.
– Sì, – disse A.
La Dama sollevò il secondo velo e A ebbe l’impressione di poter distinguere alcuni tratti del suo viso. Non abbastanza bene da capire quale fosse il suo aspetto, però.
– A causa mia, molte delle persone che adesso ti sono amiche ti si rivolteranno contro. Lo puoi accettare?
A aveva capito che c’era solo un modo di rispondere, così, disse:
– Sì.
La Dama sollevò il terzo velo e A notò con sgomento che la forma di ciò che si celava sotto i restanti veli non era così aggraziata come si era aspettato. Lei sembrò accorgersi del suo stupore perché restò per qualche secondo in silenzio, dandogli, probabilmente, il tempo di rinunciare, ma A non rinunciò.
– Va’ avanti, – disse.
– Gli amici che ti rimarranno e tutti coloro che ami, io li ucciderò; senza rimorso. Per qualcuno la fine sarà indolore, ma per altri sarà lunga e dolorosa. Li soffocherò, li seppellirò vivi, li affoghero: la mia inventiva, in questo senso, non avrà limiti. Lo puoi accettare?
A rabbrividì. Sentiva che lei non stava mentendo, che avrebbe fatto davvero ciò che diceva, ma disse lo stesso:
– Sì.
La Dama sollevò il quarto velo e ciò che si intuì al disotto dei veli restanti spaventò A anche più di ciò che lei aveva appena detto. Aveva ragione B, quella donna era malsana: malsano era il suo aspetto, malsane le sue intenzioni; non stupiva che tutti l’avessero rifiutata; ma più cresceva il suo disgusto per quella creatura, più A si sentiva intenzionato ad arrivare fino in fondo: voleva guardare negli occhi quel mostro; provare a ucciderla, forse..
La Dama parlò ancora:
– Ucciderò anche te e darò il tuo cadavere in pasto agli animali, dimenticandoti di te un attimo dopo. Lo puoi accettare?
– Sì, – rispose A con la voce resa roca dalla rabbia.
La Dama sollevò il quinto velo e il suo cranio abnorme, degno scrigno di un cervello altrettanto abnorme, cominciò a delinearsi con chiarezza.
– Standomi vicino, diventerai come me: ciò che adesso ti provoca rabbia e ribrezzo ti sembrerà normale. Lo puoi accettare?
Se A avesse avuto un coltello, le avrebbe tagliato la gola e l’avrebbe guardata morire, ma mancavano solo due veli, così strinse con le mani i braccioli della sedia e rispose:
-Sì.
– Per quanto tu possa supplicarmi, non ti darò mai spiegazioni del mio comportamento. Lo puoi accettare?
– Sì.
La Dama sollevò il sesto velo. Il settimo e ultimo velo non lasciava nessuna incertezza sull’incubo sottostante.
A capì che, qualunque cosa fosse successa dopo che la Dama avesse alzato quel velo, la sua vita non sarebbe stata più la stessa. Se anche fosse riuscito a uccidere quell’abominio, non sarebbe mai riuscito a scappare dal palazzo: sicuramente lo avrebbero catturato e impiccato; e se anche fosse riuscito a scappare e a mettersi in salvo, avrebbe dovuto vivere tutta la vita con il rimorso per ciò che aveva fatto. Sarebbe davvero diventato come lei e A, questo, non lo voleva. Aveva solo un modo per uscirne indenne: abbandonare; alzarsi e andarsene, tornare al paese e sposare Maria, che aveva sempre un bel culo e, ormai, nessun altro pretendente; poteva farcela, doveva solo trovare la forza di arrendersi, come il personaggio di un racconto che aveva letto tempo addietro; senza dire nulla, senza voltarsi indietro: alzarsi e andare via; tornare nel salottino, chiamare un’ancella e farsi accompagnare all’uscita; o sposarsi l’ancella, se avesse avuto un culo più bello di Maria, qualsiasi alternativa era preferibile a quello che sapeva sarebbe successo se..
– Non potrai più fare a meno di me. Al mio confronto, qualsiasi altra cosa, o persona, ti apparirà insignificante. Lo puoi accettare?
Perché non riusciva ad andarsene? perché rimaneva lì, seduto, condannandosi in un modo o nell’altro all’auto-distruzione? Se fosse rimasto con lei sarebbe diventato un mostro; se l’avesse uccisa sarebbe diventato un assassino: l’unica via di salvezza era scappare, lasciandosi alle spalle quell’orrore. Aveva soddisfatto la sua curiosità, aveva visto cosa si celava sotto i veli e non gli era piaciuto per niente: cos’era che lo tratteneva ancora lì?
– Lo puoi accettare?
A vide le dita della mano della Dama stringere l’angolo dell’ultimo velo e capì di non avere scampo. Era quel velo, a tenerlo lì; un velo di seta quasi impalpabile, ma, per lui, più pesante di una montagna. Capì che non poteva andarsene: doveva vedere ciò che si celava sotto quell’ultimo velo, non importa quale sarebbe stato il prezzo da pagare. La sua lingua si preparò a modulare l’aria in uscita dalla bocca per pronunciare la lettera: “S”, ma prima che i polmoni potessero fare il loro lavoro, la Dama sollevò l’ultimo velo e chiese, per l’ultima volta:
– Mi puoi accettare?

Le mani di A mollarono la presa sui braccioli e pendettero inerti ai suoi fianchi. Il suo sguardo era fisso sul volto della Dama, ora non più velata; la sua bocca era socchiusa, resa temporaneamente inservibile dall’estasi. La paura, la rabbia e l’orrore che fino a un attimo prima avevano colmato la sua anima erano di colpo scomparsi e al loro posto ora c’era un senso di pace e beatitudine. Le stesse cose che lei gli aveva detto e che ad A erano apparse abominevoli, ora gli sembravano pleonastiche. Sì, certo, A sarebbe stato suo senza riserve e sì, certo, lei non avrebbe mai avuto lo stesso obbligo. Le avrebbe lasciato fare ciò che voleva e non le avrebbe mai chiesto di spiegargliene il perché, anche se avesse pensato di poter ricevere una risposta. Pur di starle vicino, era disposto a perdere tutto ciò che aveva; anche a farsi uccidere, se necessario, perché era vero: adesso che la vedeva per ciò che era realmente, senza alcun velo che ne alterasse la bellezza, ogni altra cosa gli appariva del tutto insignificante.

Quando lei, dolcemente, lo baciò, A capì che era sempre stato così.
C’aveva messo solo un po’ a capirlo.

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