Magnolia

Una favola botanica

A Flaminia, la strada giusta da percorrere.

Tanti anni fa, su un’isola in mezzo al mare (ce ne sono, di altro tipo?), prosperava il regno di Magnolia, chiamato così in onore della pianta che, con i suoi frutti e la sua ombra, aveva salvato la vita al fondatore del regno, Fittone I, approdato fortunosamente alle coste dell’isola dopo che la nave su cui viaggiava aveva fatto naufragio. Se vi state chiedendo come sia possibile che un naufrago possa sopravvivere grazie ai frutti di una magnolia, sappiate che la risposta è molto semplice: Fittone I non capiva un’acca di botanica e quello che lui aveva scambiato per una magnolia era in realtà un carrubo. Qualcuno provò a spiegargli la verità, ma Fittone I, che detestava essere contraddetto, promulgò una Legge che vietava di mettere in discussione la natura della Reale Magnolia, pena la morte (era, questa, l’unica Legge del Regno che la prevedesse). Da allora nessuno si azzardò più a discutere la questione e le successive generazioni di abitanti crebbero nella sincera convinzione che i carrubi fossero magnolie.

Sottoposta alle amorevoli cure dei Reali Giardinieri, la Reale Magnolia (che, paradossalmente, non era una reale magnolia) crebbe vigorosa e diramò le sue radici per tutta la superficie dell’isola, diventando così una sorta di cartina di tornasole capace di riflettere ogni mutamento dello stato del Regno. Le sue foglie e i suoi frutti risentirono delle gelate al Nord durante il regno di Fittone IV, delle siccità al Sud durante il regno di Fittone XV, delle inondazioni a Est durante il regno di Fittone XXII e degli assalti nemici a Ovest durante il regno di Fittone XLVI.
Fu accolta perciò con grave preoccupazione la notizia che, durante il regno di Fittone Ho Perso Il Conto, le foglie dei rami più bassi avevano cominciato a ingiallire. Temendo che una nuova calamità minacciasse il regno, Fittone convocò i suoi novantanove Ministri per discutere il problema.

– Ministro dei territorî del Nord, – chiese Fittone – siamo forse minacciati dal gelo? –
– No, mio Sire, – rispose il Ministro. – Anzi, questo inverno è stato particolarmente mite. –
Fittone annuì pensoso, poi si rivolse a un altro degli uomini presenti nella sala:
– Ministro dei territorî del Sud, siamo forse minacciati dalla siccità? –
– No, mio Sire, – rispose il Ministro. – La primavera è stata piovosa e l’estate si preannuncia clemente. –
Fittone annuì nuovamente.
– Ministro dei territorî dell’Est, – chiese poi. – Siamo forse minacciati dalle inondazioni? –
– No, mio Sire, – rispose il Ministro. – Come ha riferito il mio illustre collega, la primavera è stata piovosa, ma i fiumi sono ben al di sotto del livello di guardia. –
Erano tutte buone notizie, ma Fittone non sorrideva.
– Ministro dei territorî di Ponente, – chiese con riluttanza – Siamo forse minacciati da uno degli Stati vicini? –
– No, mio Sire, – risposero in coro il Ministro dell’Ovest e degli Esteri. – I rapporti con le isole e gli Stati vicini non sono mai stati più cordiali. –
– E allora cos’è che fa ingiallire le foglie della Reale Magnolia?! – sbottò Fittone, che era sicuramente sollevato dalla notizia di non essere in guerra, ma che a questo punto aveva finito le ipotesi.
– Potrebbe trattarsi di vampiri? – ipotizzò il Ministro delle Superstizioni Sciocche.
– Ma non diciamo fesserie! – replicò il Ministro dello Scetticismo Razionale – I vampiri non esistono.
– Be’, qualcosa dovrà pur essere.. – disse il Ministro delle Ovvietà Inconcludenti.
– E se fosse un tentativo di ribellione? – disse il Ministro delle Teorie Paranoiche.
– Impossibile: il Popolo vi ama, Maestà! – disse il Ministro delle Pericolose Lusinghe.
– Secondo il 37.4% della popolazione, si tratta di un fenomeno passeggero; il 62.2% ritiene che sia un pericolo in agguato mentre l’0,5% dei sudditi non ha notato la cosa perché è daltonico, – disse il Ministro dei Sondaggi Inaffidabili.
– Nelle tue percentuali c’è uno 0.1% di troppo, – precisò il Ministro delle Capziosità Sterili.
– Ah, be’, allora cambia tutto! – chiosò il Ministro del Sarcasmo Pungente.
– Andiamo, signori: non c’è ragione di litigare, – disse il Ministro della Bonomia a Tutti i Costi.
– Scusate, ma perché non lo domandiamo al Ministro del Regno Vegetale? – chiese il Ministro delle Soluzioni Ovvie a Cui Non Aveva Ancora Pensato Nessuno.
– Già: perché? – convenne il Ministro della Curiosità Spicciola.
Nella sala rimbombante di voci calò di colpo il silenzio e tutti si voltarono verso il Ministro dell’Agricoltura.
– Cosa c’entro io? – disse il Ministro. – Ha detto: il Ministro del Regno Vegetale, io sono il Ministro dell’Agricoltura! –
– E non sono la stessa cosa? – chiese il Ministro delle Domande Ragionevoli.
– No, – intervenne il Ministro delle Risposte Concise.
– Uno si occupa dell’agricoltura e uno delle foreste, – aggiunse il Ministro delle Informazioni Aggiuntive.
– Accorpiamoli, – propose il Ministro delle Soluzioni Populiste. – È uno spreco di denaro pubblico, avere due Ministeri che fanno praticamente la stessa cosa. –
– Sì, perché invece gli altri Ministeri sono indispensabili.. – commentò il Ministro delle Constatazioni Disincantate.
– BASTA! – tuonò Fittone. – Il Ministro ha ragione.. –
– Quale? – domandò il Ministro delle Interruzioni Fastidiose.
– Il Ministro delle Soluzioni Ovvie, – rispose Fittone. – Ministro del Regno Vegetale sai tu dirci come mai le foglie della Reale Magnolia si siano ingiallite? –
– Sì, mio signore! – rispose il Ministro del Regno Vegetale.
Fittone allargò le braccia, sgomento.
– E non ce lo potevi dire prima? – domandò. – Di cosa si tratta? –
– Le analisi del terreno fatte dai Regi Giardinieri ci consentono di affermare con buona certezza che il problema sia.. – cercò un modo di dire ciò che doveva dire, ma non seppe dirlo in maniera diversa da come decise di dirlo: – ..la pipì. –
– Si può dire: pipì durante un Consiglio dei Ministri? – chiese il Ministro delle Buone Maniere.
– Be’, tu l’hai appena detto, – disse il Ministro delle Prese in Castagna, al che, il Ministro delle Buone Maniere si fece rosso in viso ed uscì velocemente dalla sala.
– In che senso, la pipì? – chiese Fittone al suo Ministro.
– Vedete Maestà, il problema è che la Reale Magnolia si trova proprio di fronte al quartiere delle birrerie e le persone che vanno lì a bere, quando tornano a casa, si fermano a fare pipì nella sua aiuola. –
– E con ciò? – domandò Fittone, perplesso. – Fare la pipì nell’aiuola della Reale Magnolia è un’antica tradizione del nostro Popolo, non vedo cosa ci sia di male.. –
– Il problema, Maestà, – continuò il Ministro – è che a lungo andare tutta quella pipì rende il terreno troppo acido e la Reale Magnolia ne risente. –
– Capisco.. – disse il Re, scontento come un bambino a cui avessero appena tolto un giocattolo. – E come possiamo risolvere questo problema? –
– Abbiamo diverse possibili soluzioni, mio Signore, – rispose il Ministro. – Potremmo installare dei bagni pubblici all’uscita del quartiere delle birrerie, oppure potremmo recintare l’aiuola della Reale Magnolia in modo che nessuno possa più usarla come orinatoio, ma.. –
Si interruppe, lasciando tutti gli astanti con il fiato sospeso.
– Ma cosa? – lo incalzò Fittone. – Mi sembrano entrambe delle soluzioni ragionevoli: perché non possiamo metterle in atto? –
– Perché se lo facessimo, mio Signore, la favola finirebbe qui.. –
Fittone si batté la mano sulla fronte.
– Hai ragione! – disse. – E quindi, che alternative ci restano? –
– Ne abbiamo due, Sire. O seppellire nel terreno una ciocca di capelli di una donna taciturna o concimarli con la cacca di un unicorno, deposta in una notte di plenilunio. –
Sentendo ciò, Fittone scosse il capo sconsolato.
– Amico mio, mi addolora vedere che al giorno d’oggi ci siano degli uomini di Scienza, anzi: degli uomini di Stato che ancora credono a sciocche superstizioni! Non permetterò che si sprechino tempo e denaro nella ricerca di un essere mitologico; risolviamo il nostro problema in maniera razionale, senza voli di fantasia, d’accordo? –
Il Ministro del Regno Vegetale annuì e così pure i suoi novantasette colleghi (uno era uscito, ricordate?).
– Bene! – disse Fittone. – Allora: dove lo troviamo, un unicorno? –

Fittone convocò tutti i saggi e gli indovini del regno e domandò loro dove fosse possibile trovare un unicorno; si scoprì così che gli unicorni vivevano proprio lì vicino, sull’isola di Fantasia, nell’arcipelago dell’Immaginazione, a un giorno di navigazione da Magnolia.
Si discusse allora su chi dovesse andare a prendere la cacca miracolosa e la scelta cadde sul primogenito del Re, Ficus Benjamin, un ragazzo molto bello e benvoluto da tutti.
– Andrò io, babbo! – disse il valoroso giovane. – Fino a oggi non ho fatto altro che cavalcare e andare a caccia; è tempo che dimostri di essere un degno erede della mia schiatta. –
– Schiatta verbo o sostantivo? – domandò il Ministro delle Anfibologie, ma nessuno si prese la briga di rispondergli.
– Figlio mio, – rispose Fittone. – Le tue parole ti fanno onore e anche se sono preoccupato per te ti lascerò andare, ma la mia Guardia Reale ti accompagnerà per proteggerti, perché l’isola di Fantasia può essere un luogo molto, molto pericoloso. –
– Farò come mi chiedi, babbo, ma dovremo muoverci rapidamente, perché fra meno di due settimane la luna sarà piena e non abbiamo tempo da perdere. –

E così, il mattino dopo di buon ora, Benjamin abbracciò i suoi genitori, poi salì sul suo frisone e lasciò il palazzo, seguito dalla Guardia Reale e da un carro con viveri e masserizie. Il piccolo drappello era diretto al porto, dove li stava aspettando lo yacht reale che li avrebbe portati a destinazione, ma quando arrivarono in prossimità di un bosco, Benjamin fermò di colpo il suo cavallo e scese a terra.
– Cosa accade, mio signore? – domandò preoccupato il capo della Guardia Reale.
– Non preoccuparti, mio buon amico, – rispose Benjamin, armeggiando con le armi che aveva legate alla sella. – Ho solo visto un enorme cinghiale, laggiù, al limitare di quella radura e mi sembra assurdo sprecare una preda così bella. –
Ciò detto, con arco e frecce saldi in pugno, si avvicinò cautamente alla zona in grufolava l’ungulato e, quando fu a tiro scoccò una freccia che colpì la bestia dritto nel cuore, abbattendola all’istante. Gli uomini della Guardia Reale caricarono il cinghiale sul carro, poi la carovana fece dietro-front e tornò al palazzo, dove Benjamin fu accolto festosamente da salve di cannone e da un picchetto d’onore perché, anche se non era riuscito a prendere la cacca miracolosa, lui era comunque il figlio primogenito e tutto quello che fanno i primogeniti è fatto bene.

Durante i festeggiamenti per il ritorno di Benjamin, la secondogenita del re, una prosperosa fanciulla di nome Tectona Grandis, si avvicinò al padre e gli chiese il permesso di andare alla ricerca della cacca di unicorno.
– Non se ne parla nemmeno! – rispose Fittone. – Ero già preoccupato che ci andasse Benjamin, che è ormai un uomo, figuriamoci se posso permettere che ci vada tu, che sei poco più che una giovinetta. –
– Temo che non ci sia un’alternativa, babbo caro. – disse Tectona. – Benjamin è stanco, provato dai preparativi e dalla caccia; non sarà in grado di prendere il mare in tempo per giungere sull’isola di Fantasia con la luna piena. –
– E allora aspetteremo la prossima.. – replicò poco convinto Fittone, incapace come al solito di opporsi ai desiderî di sua figlia.
– Noi possiamo anche aspettare, ma la Magnolia no. Le hai viste le sue foglie: se non facciamo qualcosa, morirà prima del prossimo plenilunio. –
Era vero: la Magnolia peggiorava di giorno in giorno ed era necessario fare qualcosa nel minor tempo possibile; così, seppure a malincuore, Fittone diede a sua figlia il permesso di partire. Tectona lo baciò affettuosamente sulla fronte rugosa, poi disse:
– Grazie, babbo. Dì al Comandante dello yacht reale che stia pronto a salpare; mi occorre giusto il tempo di mettere poche cose in una valigia.. –

Tre giorni dopo, intorno a mezzogiorno, Tectona baciò i suoi genitori, poi salì sulla sua cavalla araba e lasciò il palazzo, seguita, oltre che dalla Guardia Reale, da dodici ancelle, tre cuochi, un personal-trainer, un maestro di tennis, un sarto, un massaggiatore, ventidue servitori generici e sei carri carichi di vestiti. Arrivati al porto, però, si resero conto che nessuno di loro sapeva dove fosse ormeggiato lo yacht reale, così Tectona si guardò intorno, individuò quello che secondo lei era un marinaio e gli chiese:
– Brav’uomo, sapresti indicarci il molo a cui è ormeggiato lo yacht reale? –
Il marinaio, che in realtà non era un marinaio, ma un mercante che si trovava al porto per i suoi commerci, fece un inchino galante, poi disse a Tectona che non sapeva dove fosse lo yacht, ma che se lei aveva un problema, lui l’avrebbe aiutata volentieri a risolverlo.
– Il mio problema è allo stesso tempo semplice e complicato, – rispose Tectona. – Devo portare a mio padre il Re della cacca di unicorno per salvare la Magnolia Reale –
– Della.. cacca di unicorno? – domandò il mercante, perplesso dal fatto che la figlia del Re andasse in giro in cerca di letame.
– Sì, – rispose fiera Tectona. – È per questo motivo che devo imbarcarmi: gli unicorni si trovano solo sull’isola di Fantasia. –
Il mercante rimase per qualche secondo in silenzio, pensando a come approfittare di quell’inatteso colpo di fortuna, poi disse:
– Maestà, ma se è di cacca di unicorno che avete bisogno, non occorre che vi rechiate sull’isola di Fantasia: ve la posso procurare io! –
– Davvero?! – chiese Tectona, ingenuamente. – Ma siete sicuro che sia stata deposta in una notte di plenilunio? Perché solo così avrà il potere di salvare la Magnolia. –
– Ma certamente! – mentì lo spudorato mercante. – Aspettatemi qui, ché la vado a prendere. Quanta ve ne occorre? –
– Mah, non so.. Un tot.. –
Il mercante non sapeva quanto fosse un tot, ma non se ne curò: corse fino a un parcheggio di carrozze, prese una pala e riempì un sacco con cacca di cavallo, poi tornò al porto da Tectona, che lo aspettava nella sua tenda da campo di centottanta metri quadri, con sala massaggi, tepidarium, e calidarium. Le guardie all’ingresso della tenda, sentendo l’afrore che promanava dal sacco, lo bloccarono prima che potesse entrare, ma Tectona, che stava facendosi fare un massaggio per riprendersi dalle fatiche della cavalcata, ordinò loro di farlo passare. Il mercante allora si avvicinò al lettino su cui era sdraiata a pancia sotto la principessa e le aprì il sacco giusto sotto il naso.
– Ecco qui, maestà! – disse il rozzo individuo. – La magica.. sostanza che stavate cercando. –
Tectona, intrappolata dalla pressione delle mani del massaggiatore, ruotò la testa da un lato per evitare la puzza, ma invano, così lanciò uno sguardo allarmato a una delle sue ancelle che corse subito in suo aiuto con un fazzoletto imbevuto di acqua di rose.
– Ti ringrazio a nome del Re mio padre e di tutto il reame, – disse, mentre l’ancella le teneva il fazzoletto davanti al naso. – Ora, però, non voglio rubarti altro tempo: consegna il sacco ai miei servitori, fatti pagare e va’ pure per la tua strada. –
Il mercante non se lo fece ripetere due volte: temendo che qualcuno potesse scoprire il suo inganno, corse fuori dalla tenda, consegnò il sacco, prese una borsa di monete d’oro e scappò via.
Quando, tornata al palazzo, Tectona raccontò al padre ciò che le era successo, Fittone capì subito che la figlia era stata ingannata, ma temendo che, sapendolo, lei potesse decidere di rimettersi in viaggio, non le disse nulla e finse di credere alla sua storia. La ringraziò e disse che avrebbe fatto immediatamente spargere la cacca di “unicorno” nell’aiuola della Magnolia, ma quando la figlia uscì dalla sala, fece portare via il sacco con lo stallatico, poi convocò i suoi consiglieri per decidere il da farsi.

Ora, dovete sapere che Re Fittone, oltre a Benjamin e Tectona, aveva un terzo figlio. Quando era nato, sei anni dopo Tectona, sua madre la Regina aveva detto a Fittone:
– Per i primi due figli ho rispettato la tradizione della tua famiglia di chiamare tutti con nomi di piante, ma adesso basta: questo bambino si chiamerà come mio padre! – e così era stato.
Il caso vuole che Pino si trovò a passare davanti alla porta dello studio di suo padre proprio mentre questi discuteva con i suoi consiglieri sull’incerto destino della Magnolia Reale. Capì che suo fratello e sua sorella non erano riusciti a procurarsi la cacca di unicorno e decise che sarebbe andato lui a prenderla, ma ben sapendo che il Re non l’avrebbe mai lasciato andare, evitò di chiedergli il permesso e partì senza dire nulla a nessuno. A piedi, senza scorta, camminò fino al porto, salì sullo yacht reale e andò a parlare con il Comandante.
– Comandante, – gli disse. – Dovete portarmi di corsa sull’isola di Fantasia, perché fra pochi giorni sarà luna piena e io devo raccogliere la cacca dell’unicorno! –
Il Comandante dello yacht reale, che non lo aveva riconosciuto, lo guardò stupito, poi si mise a ridere.
– Ah sì? – chiese. Pino annuì, serio in volto.
Il Comandante gli diede un buffetto, poi lo prese per le spalle e lo portò verso il barcarizzo.
– Va bene, bello scherzo, ma ora scendi, ché questa è la nave del Re e tu non puoi stare qui. –
– Certo che posso! – ribatté Pino. – Io sono un figlio del Re!.. –
– Oh, oh! attento come parli, sai? – lo ammonì il Comandante, guardando furtivo intorno a sé, temendo che qualcuno potesse sentirlo. – Queste cose non si dicono nemmeno per ischerzo. –
– Infatti io non sto ischerzando, – rispose Pino. – Io sono davvero il figlio del.. –
Non fece in tempo a terminare la frase che il Comandante gli assestò uno scapaccione sulla bocca.
– Ti ho detto che non devi dire queste cose, hai capito?! – ripeté, con voce minacciosa. – Se tu sei davvero il figlio del Re, dov’è il tuo cavallo, dov’è la tua scorta? Vuoi farmi credere che il figlio del Re verrebbe fino al porto a piedi? – poi si voltò verso due marinai e disse loro di riportare Pino a terra e di fare attenzione a che non salisse di nuovo a bordo.

Con le lacrime agli occhi (un po’ per il dolore dello schiaffo, un po’ per l’umiliazione), Pino camminò lungo il molo pensando a come convincere quell’ottuso marittimo della sua identità, ma non gli venne in mente nulla. Cammina cammina, arrivò a una spiaggia e vide che sulla battigia si era spiaggiato un delfino. Sulle prime, Pino si tenne a distanza, perché il delfino era molto grande e gli faceva un po’ paura, ma quando capì che la povera bestia stava morendo, si fece coraggio, gli si avvicinò e, spingendo con tutte le sue forze, riuscì a farlo tornare in acqua.
– Grazie, amico mio! – gli disse il delfino, quando fu di nuovo nel suo elemento. – In termini evolutivi hai fatto una cosa terribile, ma da un punto di vista personale ti sono estremamente grato. Come posso ricambiarti? –
– Non occorre, – rispose Pino. – Sono il figlio del Re, ho tutto ciò che desidero. –
– Sei sicuro? – disse il delfino. – Davvero non ti occorre niente? –
Pino ci pensò un po’ su, poi disse:
– In effetti, una cosa ci sarebbe: devo trovare un modo per convincere il Comandante dello yacht reale che io sono davvero il figlio del Re, per farmi portare di corsa sull’isola di Fantasia. –
– Be’, se è questo che ti serve, sali sulla mia groppa, ti ci porto io, sull’isola di Fantasia! –
E così fecero: Pino salì sulla schiena del delfino, si aggrappò alla sua pinna dorsale e in men che non si dica, il possente cetaceo lo portò nell’arcipelago dell’Immaginazione, giusto davanti alle coste dell’isola di Fantasia.
– Eccoci arrivati, – disse il delfino. – Io più di così non mi avvicino, ché non voglio fare la fine di prima. Tu nuota fino a terra, ma una volta lì, fa’ attenzione, ché è sempre meglio diffidare delle persone di Fantasia. –
Dopo aver ringraziato il delfino, Pino nuotò fino alla riva e da lì si incamminò lungo la spiaggia.
Delle alte dune nascondevano l’interno dell’isola allo sguardo e Pino, che non sapeva da che parte andare, decise di chiedere delle informazioni a un pescatore che sonnecchiava poco più in là. Gli si avvicinò, si schiarì un paio di volte la gola per vedere se il pescatore fosse sveglio e quando capì che stava dormendo della grossa, lo scosse per una spalla, svegliandolo, ma prima che Pino potesse chiedergli qualcosa, l’uomo cominciò a subissarlo di improperî:
– Ma che ce l’avete tutti con me? Vi siete messi d’accordo per non farmi riposare nemmeno cinque minuti?! Mi volete privare del sonno REM così impazzisco? M’ero appena assopito all’ombra dell’ultimo sole, che arriva un assassino e mi chiede se ho del pane e del vino e io non è che gli potevo dire di no: c’avevo un pezzo di pagnotta e un po’ di vino rosso, gliel’ho dati. Quello si mangia il pane, si sgargarozza il vino, poi se ne va via, verso il vento e verso il sole, senza nemmeno dirmi Grazie, ‘sto figlio di una buona donna.. Comunque, mi rimetto sdraiato, chiudo gli occhi, ma non faccio nemmeno in tempo ad assopirmi che arrivano due gendarmi, in sella e con le armi, e mi chiedono se lì vicino fosse passato un assassino. Io chiaramente a quel punto sono in paranoia dura, perché da un lato temo che i gendarmi scoprano che ho aiutato un assassino e mi mettano in galera; dall’altro, ho paura che, se dico la verità, l’assassino possa tornare a vendicarsi, così resto immobile e faccio finta di dormire finché i due gendarmi non se ne vanno via, per fortuna nella direzione opposta a quella in cui era andato l’assassino. Sorrido, pensando a come sono stato astuto e finalmente riesco a prendere sonno, ma dopo cinque minuti arrivi tu e mi svegli perché vuoi sapere da che parte devi andare.. Sai che ti dico? che io adesso me ne torno a casa: ne ho piene le scatole di questa spiaggia! –
E così dicendo, raccolse le sue poche cose e se ne andò via brontolando. Pino, per prudenza, andò nella direzione opposta e fu fortunato, perché dopo un paio di chilometri, arrivò al porto.

Si avvicinò a tre fratelli che avevano una barca nera. Uno di loro stava parlando con quella che sembrava essere la loro madre e che appariva molto preoccupata:
– Mamma, su, non stare in ansia, cosa vuoi che ci succeda? I tuoi figli sanno andare per mare, non corriamo il minimo pericolo!.. –
Pino preferì non intromettersi in quella conversazione familiare e proseguì. Poco più avanti c’era un gruppo donne che parlavano fra di loro in Francese. Pino si avvicinò e chiese:
– Excusez-moi mesdames.. –
Una donna con un vestito scollato e un cappello adornato con nastri e con rose si voltò verso di lui. Doveva essere stata una bella donna da giovane, ma ormai la sua bellezza era sfiorita e gli occhi avevano assunto una piega sgraziata.
– Ue’ guaglio’, che vUoi? –
Pino le chiese se sapesse indicargli il prato dove pascolavano gli unicorni.
– E che te ne importa, a te, degli unicorni? – chiese la donna; al che, Pino, ingenuamente, le raccontò tutta la sua storia: che era il figlio del Re di Magnolia e che la cacca di unicorno serviva a curare l’albero che era il simbolo del loro regno. Sentendo che quel ragazzino era il figlio di un Re, la donna pensò di farlo rapire dal suo fidanzato, che era il capo di una banda di pirati che usavano l’isola come base per i loro traffici; così gli disse:
– Non ce la farai mai a trovare gli unicorni, da solo; ti serve una guida che conosca le loro abitudini e ti porti nei campi in cui loro vanno a pascolare. Sali lungo questa strada fino a un grande albero di magnolia; prosegui ancora fino a che non arriverai a un incrocio; lì vai a destra e dopo poco arriverai a una locanda dove c’è chi ti potrà aiutare. –
Pino, che non sospettava minimamente che la locanda di cui parlava la donna era in realtà il covo dei pirati, la ringraziò e si incamminò lungo la strada che lei gli aveva indicato, ma fortunatamente, quando arrivò all’albero di magnolia non lo riconobbe e proseguì fino a che non trovò un carrubo. Passato il carrubo (che lui pensava essere una magnolia), camminò ancora per qualche minuto e, arrivato a un incrocio, svoltò a destra, su un viottolo che lo condusse alla Locanda del Naufrago. Pensando che fosse quella la locanda che gli aveva indicato la donna, Pino entrò e chiese al proprietario, un paffuto signore con una gran massa di capelli ricci, se potesse aiutarlo a trovare gli unicorni. L’uomo si carezzò i mustacchi pensieroso, poi disse:
– Mi dispiace, ma non so come aiutarti, giovanotto. Io non sono di quest’isola, sono arrivato qui dopo essere caduto in mare di notte, durante una crociera. Mi dissi che Sara, la mia fidanzata si sarebbe accorta della mia assenza, che avrebbe dato l’allarme e che sarebbero venuti a riprendermi, ma all’alba ero da solo, in mezzo all’Oceano senza nessuna nave in vista. Allora pensai che sarei morto, che sarei stato sommerso dalle onde o mangiato da uno squalo e invece, onda su onda, il mare mi ha portato qui. – spalancò le braccia, indicando tutto intorno.
– E non ha mai pensato di tornare a casa, dalla sua fidanzata? – chiese Pino, rapito dal suo racconto. L’uomo sorrise e si strinse nelle spalle.
– Perché dovrei tornare da una donna che non si accorge della mia assenza? Meglio restare qui, in questo angolo di Paradiso, fra donne di sogno, banane e lamponi. –
Prese un bicchiere, lo riempì di latte e lo porse a Pino, poi, proseguì:
– Per quanto possa sembrare strano, il naufragio mi ha dato la felicità che lei non è mai riuscita a darmi. –
– Le donne sono così, – confermò un pescatore seduto alla fine del bancone. – Non ti puoi fidare di loro. Prendi mia moglie, per esempio: mentre io ero in mezzo al mare, spazzato come una foglia al vento, che vien voglia di lasciarsi andare, lei mi tradiva con il fioraio. –
Pino stava per fargli una domanda, ma il barista, che stava asciugando dei bicchieri con uno straccio, gli fece un cenno con il capo, come a dire: “Lascia stare: è ubriaco”.
– Comunque, – continuò il pescatore, fissando il suo bicchiere – se vuoi trovare gli unicorni, devi andare in cima alla Collina dei Ciliegi; ma è lontana, non ci puoi arrivare a piedi. –
– E in che altro modo posso andarci? – chiese Pino. – Io non ho né un cavallo né una carrozza.. –
– Posso prestarti la mia moto, – intervenne il barista. – È parcheggiata qui dietro al locale. –

Lasciato il pescatore ai suoi rimpianti, il barista condusse Pino sul retro del locale e lì, parcheggiata sotto una tettoia, c’era una bellissima motocicletta tutta cromata.
– Bella, vero? – domandò il barista indicando la moto. – L’ha fatta un meccanico amico mio, un gran genio della meccanica. Con un cacciavite in mano, fa miracoli.. –
– È davvero fantastica! – esclamò Pino, salendo in sella. – Grazie, signor barista: con questa arriverò alla Collina dei Ciliegi in men che non si dica. –
Il barista gli fece penzolare le chiavi davanti al viso.
– Intendiamoci, ragazzino: io te la presto, ma tu devi averne cura. Legala sempre quando la lasci parcheggiata e soprattutto non correre; d’accordo? –
– Te lo prometto, – rispose Pino, afferrando le chiavi, poi mise in moto e uscì dal cortile, immettendosi sulla strada da cui era arrivato, ma fatti pochi metri si fermò e si voltò verso il barista.
– Ma non va più veloce di così? – chiese. In effetti, la moto era lentissima: probabilmente, se avesse fatto a piedi lo stesso percorso ci avrebbe messo di meno.
– Purtroppo no, – rispose il barista. – Ha solo dieci HP e con tutte quelle cromature, è già un miracolo se riesce a superare i cinque chilometri all’ora.. –
Pino stava per dire al barista che questo suo amico meccanico non gli sembrava un gran genio, ma temendo che l’altro si offendesse e si riprendesse la moto, annuì garbatamente e proseguì per la sua strada: meglio andare piano in moto che piano a piedi, specie in salita.

Pino arrivò alla Collina dei Ciliegi al tramonto, legò la moto a un albero, come gli aveva chiesto il barista, poi si nascose fra i ciliegi in attesa degli unicorni. Restò così, immobile e in silenzio per lungo tempo, temendo che se solo avesse fatto un gesto o tossito una sola volta, gli unicorni sarebbero scappati via e alla fine si addormentò, con la testa poggiata sul tronco di un ciliegio. Si svegliò a mezzanotte, mentre la luna spuntava dal monte. Si stropicciò gli occhi e appena le sue pupille si furono adattate al buio, vide tre unicorni brucare l’erba a poca distanza dal punto in cui era nascosto. Pino li poteva vedere chiaramente, perché il loro mantello bianco luccicava sotto i raggi della luna e anche i loro corni sembravano rifulgere nel buio.
– Sono bellissimi! – pensò fra sé Pino, estasiato dalla poetica bellezza dei tre quadrupedi. – E devono anche aver fatto la cacca, perché questa puzza, prima che io mi addormentassi, non c’era.. –
Si sporse cautamente oltre il suo nascondiglio e vide che, pochi metri più in là, c’era una cacca di unicorno grande come un gatto acciambellato. Era bianca e luccicava come se fosse stata coperta di polvere di stelle, ma aveva lo stesso odore di una cacca ordinaria. Pino, cautamente, sgusciò fuori dal suo nascondiglio e ripose l’odoroso malloppo in una sacca di juta, poi, con gli occhi fissi sui tre unicorni, camminò all’indietro verso il punto in cui aveva lasciato la moto. Era quasi arrivato alla strada quando sbatté contro qualcosa che non era un albero. Si voltò di colpo e vide un uomo con i capelli ricci ricci, gli occhi da brigante e una sigaretta in bocca.
– Bravo, ragazzino: alla fine ce l’hai fatta eh? – esclamò l’uomo. – Fatti stringere la mano: sei stato proprio bravo. –
Tese la mano, ma Pino non la strinse.
– Cosa c’è, hai paura? – chiese l’uomo.
– No, è che.. – rispose Pino, ma l’altro non lo lasciò finire.
– E allora perché non mi stringi la mano? Non ti sto simpatico? –
– No, è che.. – disse ancora Pino, timidamente. Di nuovo non gli fu permesso di terminare la frase.
– E allora stringimi la mano! – esclamò l’uomo e, afferrato il polso di Pino con la mano sinistra, gli strinse vigorosamente la mano con la sua, ma dopo un attimo si fermò.
– Ah, – disse l’uomo, che aveva perso tutta la sua baldanza. – Era per questo? –
– Eh, sì.. – ammise Pino, che si era portato dietro la sacca di juta, ma aveva dimenticato di prendere la pala.
– Va bene, va bene. Nessun problema. –
Schioccò le dita della mano sinistra (la destra stringeva ancora la mano di Pino) e subito un altro brutto ceffo, scuro di carnagione, comparve alle sue spalle.
– Dimmi, capo: cosa posso fare per te?  – chiese il nuovo arrivato.
– Ciro, hai mica un fazzoletto umidificato? – chiese l’uomo.
– No, capo, – rispose l’altro, perplesso.
– E.. un fazzoletto normale? –
– Nemmeno. –
– Un fazzoletto di carta, allora? –
– No, capo; non ce l’ho. –
– Va bene, allora dammi la tua bandana. –
Il brutto ceffo si levò il fazzoletto rosso che gli copriva la testa e lo porse al suo capo.
– Poi però me la ridai, vero? –
– No te ne regalerò una nuova, ché questa non mi piace. Adesso fatti dare il sacco dal ragazzino e torna a fare la guardia alle nostre moto, noi arriviamo sùbito. –

L’uomo era ‘O Sarracino, il capo dei pirati dell’isola di Fantasia ed era fidanzato con Reginella, la donna a cui Pino aveva chiesto informazioni giù al porto. Quando aveva saputo che sull’isola c’era il figlio del Re di Magnolia che cercava cacca di unicorno, ‘O Sarracino era salito in moto con due suoi compari e, lentamente (sull’isola c’era solo un meccanico) era andato a cercarlo sulla Collina dei Ciliegi. I pirati portarono Pino nel loro covo e, una volta lì, cominciarono ad almanaccare un modo per fare le loro richieste al Re di Magnolia.
– Chiamiamolo al telefono, – disse un pirata.
– Non l’hanno ancora inventato, – rispose un altro.
– Allora mandiamogli un telegramma, – disse un terzo pirata.
– Sì, bravo: così ci arrestano prima ancora che usciamo dall’ufficio postale, – rispose un quarto pirata.
– E se gli mandassimo una lettera anonima? – ipotizzò un quinto pirata.
– Se è anonima, come fa a risponderci? – domandò un sesto pirata.
– Possiamo mandargli una lettera pseudonima, con un nome inventato, così non potranno risalire a noi, – suggerì un settimo pirata.
– Ma se non possono risalire a noi, come fanno a mandarci il danaro? – disse un ottavo pirata.
– Basta! – intimò ‘O Sarracino. – Gli manderemo una lettera e la firmeremo: I Pirati dell’isola di Fantasia, in modo che sappia che siamo noi, ma non possa usarla per incolparci. –
Diede un foglio di carta e una penna al pirata a cui aveva chiesto la bandana e gli ordinò:
– Scrivila tu, che sei andato a scuola quasi un anno e sai scrivere bene, – poi, cominciò a dettare:
– Sire.. Abbiamo catturato suo figlio.. –
– Abbiamo si scrive con l’acca o senza? – domandò Ciro.
– E che ne so? – rispose seccato ‘O Sarracino. – Sei tu quello che è andato a scuola. –
– Ma è stato tanto tempo fa, non mi ricordo più. –
– Io ho, si scrive con l’acca, no? –
– Sì. E anche: tu hai o: egli ha. –
– E allora ci va anche al plurale. –
Ciro scosse lentamente la testa.
– Non ne sono proprio sicuro, mi sa che il verbo avere è irregolare.. –
– Ma che dici? – protestò ‘O Sarracino. – Il verbo avere è un ausiliare. –
– Non lo so: quando a scuola hanno spiegato i verbi ausiliarî, io non c’ero. –
Stavolta fu ‘O Sarracino a scuotere il capo.
– I verbi ausiliarii si chiamano così perché si usano con il verbo: aiutare, – spiegò. – Tu come dici: Io ho aiutato o: Io sono aiutato? –
– Io ho aiutato, – rispose Ciro.
– Appunto, quindi il verbo avere è ausiliare, non irregolare. –
Ciro, che non sembrava ancora del tutto convinto.
– E se scrivessi: Sire, suo figlio è in mano nostra ? –
– Va bene uguale, – rispose ‘O Sarracino. – Anzi: è pure meglio. –
Aspettò che l’altro avesse finito di scrivere, poi dettò:
– Se vuole rivederlo vivo, ci consegni.. –
– Ci con.. se.. gni.. – ripeté Ciro.
– Quanto gli chiediamo? – domandò ‘O Sarracino. Ciro stava per scrivere anche questo, ma capì che era una domanda e si fermò.
– Non lo so, – disse. –  Un tot. –
– E quant’è, un tot? – domandò ‘O Sarracino.
– Boh! – rispose Ciro. – Mio cugino mi ha raccontato che lui una volta ha rapito uno e come riscatto ha chiesto un tot di denaro. –
– D’accordo, ma un tot è più o meno di cento monete d’oro? –
– Te l’ho detto, capo: non lo so, – rispose Ciro. – Però penso che sia una cifra adeguata, perché mio cugino di queste cose se ne intende. –
– Va bene, – disse ‘O Sarracino. – Allora scrivi: Se vuole rivederlo vivo, ci consegni un tot di monete d’oro entro la mezzanotte di oggi o lo uccideremo. –
– Non si può fare, – disse Ciro.
– Lo so che non si può uccidere un bambino, – rispose ‘O Sarracino. – Ma noi siamo pirati, non siamo tenuti a rispettare le regole. E comunque, se non gli diciamo che lo uccideremo, il Re non pagherà mai il riscatto. –
– No, volevo dire che non si può fare entro la mezzanotte di oggi, perché ci vorranno almeno due giorni prima che la lettera arrivi al Re e poi altri tre giorni per trovare i soldi e arrivare fin qui da Magnolia. –
– Hai ragione. E quindi, quando dobbiamo dirgli che devono pagare? –
Ciro fece qualche conto toccandosi la punta del naso con le dita, poi disse:
– Due più tre fa.. sei giorni. –
– Scrivi: una settimana; non si sa mai, – disse prudentemente ‘O Sarracino. – Metti che c’è mare mosso e non possono salpare.. –

– ..se vuole rivederlo vivo, ci consegni un tot di monete d’oro entro una settimana o lo uccideremo, firmato i Pirati dell’isola di Fantasia. Cos’è, uno scherzo? –
– Non lo so, mio Sire, – rispose il Ministro delle Poste. – È arrivata questa mattina dall’isola di Fantasia. –
– Ma non ha senso, – disse Re Fittone restituendo la lettera al suo Ministro – Benjamin non è partito: è ancora qui, al castello; e così pure mia figlia Tectona. –
– E il principino Pino? – domandò il Ministro.
– Il principino Pino non mi ha chiesto di andare e anche se lo avesse fatto, io non glielo avrei mai permesso: è ancora un bambino, il principino Pino. –
– Molto bene, Sire. Allora dobbiamo considerarla uno scherzo? –
– Ma certo, che si tratta di uno scherzo! quale idiota chiederebbe un tot di monete d’oro come riscatto? –

Re e Ministro risero di quella incongruenza, ma quando Tectona seppe della lettera, non rise affatto, perché aveva un brutto presentimento. Andò nella stanza di Pino e, non trovandolo, corse a chiedere aiuto a Benjamin. I due fratelli cercarono ovunque, ma nessuno aveva visto Pino da almeno tre giorni.
– Io credo che l’abbiano preso davvero, – disse Tectona.
– Ma come può essere arrivato all’isola di Fantasia? – ribatté Benjamin. – È solo un bambino.. –
– È un bambino, ma è ostinato e coraggioso. Avrà trovato un modo. –
– L’unico modo è con lo yacht reale, – disse Benjamin, pensieroso. – Vado subito al porto a controllare. –
– Vengo con te, – rispose Tectona e poco dopo i due fratelli, senza scorta e senza seguito, galoppavano veloci sui loro destrieri alla volta del porto di Magnolia. Arrivati allo yacht reale, chiesero al Comandante se avesse visto loro fratello e l’uomo, tremante, raccontò loro tutto quello che era successo due giorni prima.
– Hai osato cacciare via mio fratello?! – ringhiò Benjamin e, afferrato il Comandante per il bavero, lo sollevò da terra e lo spinse contro l’albero di maestra del vascello.
– Perdonatemi, Maestà! – supplicò il meschino. – Non lo avevo riconosciuto. Era da solo, senza scorta.. –
– Anche noi siamo da soli, senza scorta; eppure ci hai riconosciuti, – ribatté Tectona, fissandolo con occhi di fuoco.
– Ma voi vi conosco, – rispose scioccamente il Comandante. – Mentre lui non l’avevo mai visto prima. –
Benjamin mollò la presa e l’uomo cadde sulla tolda come un sacco di patate.
– Non riconoscere un membro della famiglia Reale è l’unico reato per cui il nostro Codice prevede la pena di morte, – disse severo al Comandante. – Dovremmo impiccarti, ma per tua fortuna non ne abbiamo il tempo, perché dobbiamo arrivare il prima possibile all’isola di Fantasia per salvare nostro fratello. In compenso, sei rilevato dal tuo incarico e degradato al ruolo di mozzo. Quando saremo di ritorno, decideremo cosa fare di te. –
Così fecero: lo sciocco Comandante, privato di gradi e feluca, fu mandato a pulire la sentina, poi si sciolsero le vele e lo yacht reale navigò veloce verso l’isola di Fantasia. Quando arrivarono in vista della costa, Tectona prese da parte suo fratello e gli disse:
– Io so che tu vorresti scendere a terra e fare il diavolo a quattro per trovare Pino, ma non possiamo farlo, perché noi siamo solo due e sarebbe molto facile per i pirati tenderci una trappola e sopraffarci. Se vogliamo riuscire a batterli, dobbiamo giocare di astuzia: quando saremo a terra, fingi di essere un brigante, dì che mi hai rapita e che vuoi vendermi come schiava ai pirati. Quando saremo nel covo dei pirati.. –

Tectona spiegò per filo e per segno il suo piano al fratello, poi fecero calare una scialuppa in mare e remarono fino alla costa. Arrivati a riva, lui le legò le mani dietro la schiena e i due si avviarono verso il porto. Al porto, c’era un grande trambusto perché la barca nera dei tre fratelli pescatori era tornata senza di loro e la madre dei tre urlava e piangeva per la disperazione, ma Benjamin e Tectona non ci fecero caso e si guardarono intorno cercando qualcuno che potesse indirizzarli al covo dei pirati.
– Proviamo con quelle donne laggiù, – disse Tectona, indicando il gruppo di amiche di Reginella. – Secondo me, loro lo sanno, dove si trovano i pirati. –
Benjamin assunse un cipiglio severo e si avvicinò alle donne, fingendo di trascinarsi dietro Tectona.
– Brave donne, – disse. – C’è qualcuno su questa isola che voglia comprare una schiava? –
Le donne si voltarono e, vedendo quel bel ragazzo, smisero di parlare fra loro e gli sorrisero invitanti.
– E sarebbe quella, la schiava? – chiese una di loro.
– Precisamente, – rispose Benjamin. – Ma chi la compra dev’essere qualcuno molto ricco, perché una schiava così bella vale molto denaro. –
– Che ne pensi, Reginella, – disse una delle donne. – Potrebbe interessare il tuo fidanzato? –
Reginella, che era molto gelosa, non vedeva di buon occhio l’ipotesi che ‘O Sarracino comprasse una schiava bella come Tectona, ma le sue amiche tanto dissero e tanto fecero che alla fine lei cedette e spiegò a Benjamin come raggiungere il covo dei pirati:
– Sali lungo questa strada fino a un grande albero di magno.. Anzi, no, guarda: sali fino al primo incrocio, poi vai a destra e dopo poco arriverai a una locanda: quello è il covo dei pirati. Quando sei lì, chiedi di parlare con ‘O Sarracino. –

Benjamin e Tectona camminarono fino al primo incrocio, girarono a destra e poco dopo arrivarono a una locanda davanti alla quale erano parcheggiate diverse moto, tutte cromate. Si scambiarono uno sguardo d’intesa, poi entrarono nella locanda, proprio mentre due pirati stavano riportando Pino nella sua cella dopo la pausa del pranzo. Vedendo i fratelli, Pino non riuscì a trattenersi dall’esclamare:
– Ficus! Tectona! – ma rendendosi conto che, così facendo, rischiava di farli scoprire, continuò a declamare nomi di piante a caso: – Alnus viridis! Libocedrus! Erica scoparia! – (Quest’ultima era anche una cugina che i suoi genitori non vedevano di buon occhio..)
I due pirati lo guardarono stupefatti.
– Ma sei matto, ragazzino? che c’hai da urlare? –
– Scusatemi, – disse Pino cercando di dissimulare la sua eccitazione. – Stavo ripassando la lezione di botanica. –
Benjamin si intromise nella conversazione per distrarre i pirati:
– Sto cercando ‘O Sarracino. Sapete dirmi dove posso trovarlo? –
I pirati si dimenticarono di Pino e si voltarono a fissare i nuovi arrivati.
– E come mai, stai cercando ‘O Sarracino? – chiesero, sospettosi. Benjamin non si scompose.
– Ho questa schiava da vendere, – disse, indicando Tectona. – Mi hanno detto che forse potrebbe interessare al vostro capo.. –
I due pirati si avvicinarono a Tectona e presero a guardarla con cupidigia e lascivia.
– Be’, una schiava così interessa anche noi.. – disse uno dei due e provò a fare una carezza sul viso a Tectona, ma Benjamin gli afferrò la mano e la strinse con tanta forza che il pirata cadde in ginocchio per il dolore.
– Prima pagare, poi toccare, – disse Benjamin, torcendogli il braccio. L’altro pirata stava per tirare fuori il coltello, ma proprio in quell’istante entrò nella stanza ‘O Sarracino.
– Cosa succede qui?! – esclamò. – Chi sono questi due? –
Benjamin gli ripeté quello che aveva detto poco prima ai due pirati. Per sicurezza, aggiunse che era stato mandato lì da Reginella.
– La tua mercanzia mi interessa, – disse ‘O Sarracino, guatando Tectona con i suoi occhi da brigante. – Quanto ne chiedi?.. –
– Mah, non so.. Un tot.. –
‘O Sarracino sgranò gli occhi.
– Da non credere! – esclamò. – È lo stesso prezzo che abbiamo chiesto noi per quel ragazzino. È il figlio del Re di Magnolia, ma mi sa che il padre è troppo tirchio per pagare. –
Benjamin finse di essere sorpreso.
– Dici? Eppure io sapevo che è un uomo molto generoso.. –
‘O Sarracino sorrise smargiasso.
– E allora perché non facciamo a scambio? Tu ti prendi il ragazzino, io mi tengo la schiava. –
– A me va bene, – rispose Benjamin. – Ma sei sicuro che a te convenga? Quello è il figlio di un Re, mentre lei.. –
– Non preoccuparti: so badare ai miei affari, – disse ‘O Sarracino. – Se tu pensi di poter cavare qualche cosa da quel moccioso, prenditelo pure; io preferisco tenermi lei. –

Mentre guardava i suoi fratelli allontanarsi a piedi lungo la strada che portava al mare, Tectona pensò a un modo per sfuggire alle grinfie dei pirati. Come aveva previsto, ‘O Sarracino si era invaghito di lei; quello che non aveva previsto, però, era che il fascino malandrino del pirata aveva fatto colpo sul suo animo di principessa e adesso quasi le dispiaceva di doversene andare.
Non essere sciocca! si disse. Lui è un malvivente e tu sei una principessa. Non avete niente in comune, anzi: dovresti essere furiosa con lui per quello che ha fatto a Pino.
Ma Tectona non riusciva a essere furiosa nemmeno un po’: in fondo, a Pino non avevano torto un capello e, grazie alla sua astuzia, non era stato necessario pagare il riscatto. Benjamin era anche riuscito a farsi consegnare la sacca con la cacca di unicorno; meglio di così, non sarebbe potuta andare..
Devi andartene via lo stesso, pensò. Se resti, Benjamin penserà che sei in pericolo e tornerà a prenderti, ma irruento com’è sicuramente combinerà un pasticcio.
Questo era vero: suo fratello era forte e coraggioso, ma come stratega era una frana. Agiva come se avesse sempre un esercito a coprirgli le spalle, ma qui erano soli contro un nugolo di pirati. La voce di ‘O Sarracino la distrasse dalle sue elucubrazioni:
– Allora, sei contenta che io ti abbia presa con me? – le domandò.
– Sarei più contenta se mi sciogliessi le mani, – rispose Tectona.
‘O Sarracino ebbe un tuffo al cuore: si era dimenticato di scioglierle la mani! Per un attimo ebbe voglia di tuffarsi verso di lei e liberarla, ma si trattenne. Con la mano in tasca e la sigaretta in bocca le si avvicinò e, con studiata lentezza, le liberò i polsi dalla corda.
– Ecco qui, – disse. – Sei libera. –
Tectona, che non aveva smesso per un attimo di fissarlo negli occhi, si massaggiò i polsi e disse:
– Ti avevo chiesto di sciogliermi, non di liberarmi, – poi si voltò e uscì sul portico davanti alla locanda. ‘O Sarracino fece cenno ai suoi compari di stare fuori dai piedi, poi la seguì all’esterno.
– Belle queste moto, – disse Tectona. – Qual’è, la tua? –
‘O Sarracino stava per rispondere, ma lei lo prevenne:
– Aspetta, fammi indovinare.. – scese i gradini del portico e camminò lentamente fra le moto, sfiorando con la punta delle dita le cromature dei fari e il cuoio delle selle.
– Questa no.. questa nemmeno.. – si fermò vicino alla moto di Ciro, mise le mani sul manubrio e, molto lentamente, ruotò un paio di volte la manopola dell’acceleratore.
– Ho come l’impressione che sia questa, la tua.. – disse.
– Sorprendente: è proprio quella, – mentì spudoratamente ‘O Sarracino. – Come hai fatto a capirlo? –
– Mah, non so.. una sensazione, – rispose Tectona. – Posso? –
– Prego, – rispose ‘O Sarracino con un rapido gesto della mano, al che, Tectona alzò la moto dal cavalletto laterale e ci si sedette sopra. Per fortuna ho i pantaloni da cavallo! pensò.
– Ti piace? – chiese ‘O Sarracino avvicinandosi.
– Le moto sono come gli uomini, – rispose Tectona senza guardarlo. – Mi piacciono, ma mi fanno anche un po’ paura. Forse perché non ne ho mai cavalcata una.. –
– Non è mai troppo tardi per cominciare, – rispose ‘O Sarracino poggiando una mano sulla sella della moto e l’altra sulla mano di lei sopra al manubrio. In quel momento, sulla porta della locanda comparve Ciro.
– Capo, – disse, chiaramente imbarazzato.
– Che c’è?! – rispose sgarbato ‘O Sarracino, infastidito da quell’intromissione.
– Questa dovrebbe essere una favola per bambini. Potreste riportare il vostro dialogo a un livello da fascia protetta? –
– Uffa! – sbuffò ‘O Sarracino, alzando le mani e indietreggiando di un passo.
– Perché non la provi? – disse, con intonazione meccanica a Tectona, poi si voltò verso Ciro – La mia moto, intendo. –
Ciro annuì, come a dire: Così va meglio, poi rientrò nella locanda. ‘O Sarracino continuò:
– Forse così ti passerà la paura. Sempre delle moto, ovviamente.. – 

‘O Sarracino spinse la moto fuori dal parcheggio, accese il motore, poi fece cenno a Tectona che poteva risalire in sella.
– La prima è in giù e tutte le altre marce sono in su, – spiegò indicando la leva del cambio. – Fa’ attenzione quando lasci la frizione perché se molli la leva troppo velocemente.. –
– Si impenna? – chiese Tectona.
– No, si spegne, – ammise ‘O Sarracino, maledicendo mentalmente quel gran genio del meccanico che gliela aveva venduta. Tectona diede un paio di colpi di acceleratore, poi innestò la marcia e, lentamente, fece qualche giro nel piazzale davanti alla locanda.
– Come va? – le chiese ‘O Sarracino, ansioso un po’ per lei, un po’ per la moto.
– Bene,  – rispose Tectona. – È divertente. Posso arrivare fino alla rotonda? –
‘O Sarracino, come tutti gli uomini che fanno guidare la propria moto a una donna, stava sudando freddo, ma non se la sentì di dirle di no.
– Va bene, – rispose. – Ma fa’ attenzione quando arrivi all’incrocio, ché su quella strada corrono come matti. –
– Yuppie! – gridò Tectona, poi diede tutto gas e (sempre lentamente), si avviò verso la rotonda, ma quando fu lì, invece di tornare indietro, imboccò la strada che scendeva al porto.
‘O Sarracino, sulle prime, pensò che Tectona si fosse sbagliata e, addirittura, fu in pensiero per lei perché temette che potesse cadere e farsi male, ma quando la vide abbassarsi sul serbatoio per essere più veloce, capì che la donna l’aveva gabbato e diede l’allarme. Subito i pirati si precipitarono fuori (operazione, questa, resa più agevole dal fatto che erano tutti dietro alla porta a origliare) e si riunirono intorno al loro capo.
– La prigioniera sta scappando, – li informò ‘O Sarracino. – Inseguiamola! – e senza por tempo in mezzo, salì sulla sua moto e la mise in moto.
– Capo, – domandò Ciro, che per altro non sapeva su che moto salire, visto che la sua l’aveva presa Tectona – Ma se la inseguissimo a piedi? Le nostre moto non fanno più di cinque/sei chilometri all’ora; correndo, saremmo più veloci. –
– Non se ne parla nemmeno! – lo redarguì ‘O Sarracino. – I ladri di polli corrono dietro alle loro prede; noi pirati andiamo in moto. – e senza dare all’altro il tempo di ribattere, partì a caccia della sua preda.

Fu così che lungo le strade di Fantasia si svolse il più bizzarro degli inseguimenti: davanti Tectona con la moto di Ciro e dietro i pirati sulle loro moto, tutti alla stessa velocità di una persona che cammini speditamente. Scesero lungo la strada fino al porto, girarono sul lungomare e, arrivati alla spiaggia, svoltarono su un viottolo sabbioso che portava al mare. Quando il viottolo finì e la sabbia rese impossibile proseguire, Tectona parcheggiò la moto e corse verso la scialuppa dove la stavano attendendo Benjamin e Pino.
– Andiamo, andiamo! – la incitarono i fratelli, vedendo che i pirati stavano arrivando a loro volta alla fine del viottolo. Tectona corse più veloce che poté, ma non si accorse che da sotto la sabbia sbucava una carcassa di marlin mezza divorata dagli squali; vi inciampò e cadde a faccia avanti nella sabbia. Riuscì faticosamente a rimettersi in piedi, ma a quel punto il poco vantaggio che aveva sui suoi inseguitori era sfumato e quando arrivò alla scialuppa, ‘O Sarracino era ormai a pochi passi da lei.
– Bene, bene, bene, – disse ‘O Sarracino mentre gli altri pirati si radunavano alle sue spalle. – Sembra che la vostra fuga finisca qui.. –
– Senti, lascia che te lo dica, – esclamò Tectona. – È veramente cafone ripetere le cose tre volte, come quelli che dicono: Bello bello bello.. –
– Taci, donna! – le intimò ‘O Sarracino. – Hai tradito la mia fiducia, non presterò più orecchio alle tue vane lusinghe. –
– Le tue cosa? – chiese Pino.
– Le tue vane lusinghe, – ripeté ‘O Sarracino. – Come dire: Non mi freghi più. –
– Proprio tu parli di fiducia? – domandò Tectona, andandosi a piazzare giusto davanti a ‘O Sarracino. – Tu, che mi hai barattato con un bambino! –
‘O Sarracino la fissò perplesso cercando di capire il nesso logico della sua affermazione, ma a causa di un suo difetto genetico (aveva un solo cromosoma X), non ci riuscì.
– E cosa c’entra questo, con la fiducia? Ti ho barattato con la cosa più preziosa che avevo. –
– Ma non mi prendere in giro, andiamo! – replicò Tectona, spingendolo indietro con veemenza. – Mi hai barattato con Pino perché pensavi che nostro padre fosse: troppo tirchio per pagare. Lo hai detto tu stesso. –
– E allora? Gli ho dato quello che mi hanno chiesto. Tanto meglio per me. –
– E se ti avessero chiesto la tua moto? Mi avresti barattata con la tua moto? –
Messo di fronte a questa ipotesi, ‘O Sarracino ebbe un attimo di indecisione e Tectona ne approfittò:
– Lo vedi? Lo vedi?! – esclamò. – Per te, conto meno della tua moto!.. –
– Anche fosse, te ne dovrai fare una ragione, perché voi, da qui, non ve ne andate, – disse ‘O Sarracino, poi si voltò verso i suoi uomini e ordinò:
– Avanti, prendeteli. –
– Dovrete passare prima sul mio cadavere, – disse Benjamin, interponendosi fra i pirati e i suoi fratelli. ‘O Sarracino annuì, insofferente.
– D’accordo: prendeteli, passando prima sul suo cadavere. –
Ma un attimo prima che i pirati si avventassero sui tre fratelli, si sentì uno strano sibilo nell’aria e una palla di cannone cadde sulle dune alle loro spalle sollevando una nuvola di sabbia.Tutti, pirati e fratelli, guardarono dapprima il punto in cui era caduta la palla di cannone, poi, quasi all’unisono, si voltarono verso il punto da cui presumibilmente era partita e videro che a fianco allo yacht reale c’era adesso la Grandiflora, nave ammiraglia della flotta di Magnolia.
Dai ventidue portelli sulla sua fiancata sbucavano altrettante bocche di cannone e sul ponte di coperta si vedevano i fucilieri con le armi puntate.
– Ops! – esclamò Benjamin, sardonico. – Mi sa che quel tirchio di nostro padre ci ha mandato dei rinforzi.. –
– Perché dici così? – protestò Pino. – Nostro padre non è tirchio! –
– Lo so, Pino, lo so, – rispose Benjamin facendogli una carezza sulla testa. – Stavo facendo dell’ironia. –
– Come la pioggia il giorno del tuo matrimonio o una corsa gratis quando hai già pagato il biglietto? –
– No, Pino; quella si chiama: sfiga. L’ironia è quando dici qualcosa intendendo l’esatto opposto. –
– Come se adesso diceste: Siamo salvi! – commentò, ghignante ‘O Sarracino.
Benjamin lo fissò, con un’espressione a metà fra il sorpreso e il divertito.
– Perché, pensi che vi permetteranno di catturarci? – chiese.
– Non vedo come potrebbero impedircelo, – rispose il pirata. – Sono troppo lontani per colpirci con i fucili e non possono spararci con i cannoni perché colpirebbero anche voi.. –
Tectona fissò il fratello con gli occhi sgranati, Benjamin evitò il suo sguardo perché non voleva farle capire di essere spaventato.
– E anche se decidessero di scendere a terra, – continuò ‘O Sarracino – Nel tempo che gli ci vorrà a mettere in mare le scialuppe e ad arrivare qui, noi saremo già lontani. –
– Non importa: ci verranno a cercare. –
‘O Sarracino si strinse nelle spalle.
– Che cerchino pure: noi conosciamo ogni sentiero e ogni grotta di quest’isola; non ci troverann.. –
Non fece in tempo a finire la frase che una palla di cannone andò a cadere a pochi metri dal punto in cui erano parcheggiate le moto dei pirati. Un terzo colpo cadde poco distante, a dimostrazione del fatto che i cannonieri della Grandiflora stavano mirando proprio lì. I pirati che istintivamente erano corsi verso le loro moto per controllarne le condizioni, prudentemente si fermarono a mezza via.
– Non vale! – esclamò ‘O Sarracino. – Non è leale prendersela con delle moto innocenti. –
– Perché invece, mettersi in quindici contro un uomo una donna e un bambino è leale, secondo te? – rispose Benjamin. – Fareste meglio ad andarvene; la pirateria è l’unico reato per cui il nostro Codice preveda la pena di morte.. –
‘O Sarracino guardò la Grandiflora al largo, poi si girò verso i suoi uomini e capì di non avere altra scelta.
– Va bene, – ammise. – Questa volta avete vinto voi.. –
– Non ci sarà un’altra volta, stanne pur certo. –
– Meglio così. Addio, figli di Re; addio principessa. Sei il mio unico rimpianto, in tutta questa storia.. –
– Be’ anche il fatto che non siamo riusciti a farci pagare il riscatto è seccante.. – intervenne Ciro dalle retrovie, ma ‘O Sarracino non se ne curò. Con un gesto teatrale si accese una sigaretta e senza dire altro si voltò e camminò verso le moto. Aveva fatto pochi passi che, alle sue spalle, Tectona esclamò:
– Tanto, fra noi due non avrebbe mai funzionato –
‘O Sarracino si fermò di colpo. Senza voltarsi, disse:
– No, eh? –
– No, – ribadì Tectona. – Perché tu sei un malvivente e io sono una principessa. Non abbiamo niente in comune. E comunque io dovrei essere furiosa con te per quello che hai fatto a Pino. –
– Ma lo non sei.. – disse ‘O Sarracino, poi si voltò e camminò lentamente verso di lei.
– Non sono furiosa perché in fondo non è successo niente, – rispose Tectona, occasionalmente poco sicura di sé. – Pino sta bene, non abbiamo dovuto pagare nessun riscatto e siamo anche riusciti a prendere la cacca di unicorno per la nostra magnolia. –
Ormai ‘O Sarracino era proprio di fronte a lei.
– Non è successo niente, eh? – domandò, con il suo sorriso maliardo.
– No: niente, – disse Tectona cercando di guardare altrove, ma quegli occhi erano una calamita che attirava il suo sguardo, inesorabilmente.
– Né a me, né a te.. – continuò il pirata.
– A nessuno, grazie al Cielo. –
– Allora me ne vado. –
– Ecco, bravo. –
– E non ci vedremo mai più. –
– No, mai: non ti preoccupare. –
– E non rimpiangeremo nulla di quello che sarebbe potuto essere.. –
– No. –
– E stasera, quando andremo a dormire, non penseremo all’altro, nemmeno per errore. –
– Infatti. –
– Ma adesso io ti bacio. –
– Se non lo fai tu, lo faccio io. –

E così, tutto finì nel migliore dei modi, come si conviene a una favola.
I tre fratelli tornarono a Magnolia come eroi: non solo avevano sconfitto i pirati dell’isola di Fantasia, ma erano anche riusciti a procacciarsi un considerevole quantitativo di cacca di unicorno.
La Magnolia Reale, adeguatamente concimata, tornò al suo primevo splendore, risultando immune, da quel momento in poi, alle “emergenze idriche” dei sudditi.
L’ex comandante dello yacht reale ebbe salva la vita, ma fu radiato dai ranghi della Marina e dovette cercarsi un lavoro a terra. Fece dapprima dei lavoretti saltuarî, poi si mise in società con il mercante che aveva venduto la cacca di cavallo a Tectona e avviò un franchising di mediazioni immobiliari.
Benjamin, dal canto suo. capì che nella vita c’era ben altro che la caccia e l’equitazione: appese a un chiodo arco e cavallo e dedicò tutto sé stesso alla navigazione a vela.
Pino imparò che non sempre le cose sono facili come sembrano e che quando si è giovani è importante poter contare sull’aiuto delle persone più grandi.
Tectona e ‘O Sarracino si sposarono e vissero a lungo felici e contenti. A lungo, ma non per sempre: successe qualcosa (nessuno all’infuori di loro seppe mai di cosa si trattò) e nulla fu più come prima. Lui si trasferì sullo yacht reale e li si vide insieme solo alle cerimonie ufficiali; poi, nemmeno lì.
Ciro, dopo la partenza di ‘O Sarracino assunse il comando dei pirati dell’isola di Fantasia, ma essendo un grosso stratega, finì per essere arrestato e passò diversi anni in prigione. Mentre era al fresco prese una Laurea in Comunicazione e, quando finalmente tornò libero, divenne un famoso giornalista sportivo.


– Allora, Lellino caro, ti è piaciuta questa storia?
– No, zio.
– E perché no, Lellino?
– Perché ti avevo chiesto di raccontarmi una favola, non di farmi un corso di gestione aziendale!

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